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Furto in una pasticceria

italo calvinoIl Dritto arrivò al posto convenuto e gli altri lo stavano aspettando già da un po’. C’erano tutt’e due: Gesubambino e Uora‐uora. C’era tanto silenzio che dalla via si sentivano suonare gli orologi nelle case: due colpi, bisognava sbrigarsi se non si voleva farsi cogliere dall’alba.
‐ Andiamo, ‐ disse il Dritto.
‐ Dov’è? ‐ chiesero. Il Dritto è uno che non spiega mai il colpo che ha intenzione di fare.
‐ Ora ci andiamo, ‐ rispose.

E camminava in silenzio per le vie vuote come fiumi in secca, con la luna che li seguiva lungo i fili dei tram, il Dritto avanti con quei suoi occhi gialli mai fermi, e quel suo movimento alle narici che sembra che fiuti. Gesubambino lo chiamano così perché ha la testa grossa da neonato e il corpo tozzo; forse anche perché ha i capelli tagliati corti e un bel faccino coi baffetti neri. É tutto muscoli e si muove soffice che sembra un gatto; per arrampicarsi e raggomitolarsi non c’è nessuno come lui e quando il Dritto lo porta con sé c’è sempre una ragione.
‐ Sarà un buon colpo, Dritto? ‐ chiese Gesubambino.
‐ Se si fa, ‐ disse il Dritto, una risposta che non voleva dir niente. Ma intanto, per dei giri che sapeva solo lui, li aveva fatti scantonare in un cortile. I due capirono che c’era da lavorare in un retrobottega e Uora‐uora si fece avanti perché non voleva fare il palo. Il destino di Uora‐uora è fare il palo; il suo sogno sarebbe di entrare nelle case, frugare, riempirsi le tasche come gli altri, ma gli tocca sempre di fare il palo nelle strade fredde, nel pericolo delle pattuglie, battendo i denti perché non gelino e fumando per darsi un contegno. É un siciliano allampanato, Uora‐uora, con una faccia triste da mulatto e i polsi che gli sporgono dalle maniche. Quando c’è un colpo da fare si veste tutto elegante, non si sa perché: col cappello, la cravatta e l’impermeabile, e se c’è da scappare si prende le falde dell’impermeabile in mano che sembra voglia aprire le ali.
‐ A fare il palo, Uora‐uora, ‐ disse il Dritto, muovendo le narici. Uora‐uora s’allontanò mogio: sapeva che il Dritto può continuare a muovere le narici sempre più svelto, ma a un certo punto smette e tira fuori la rivoltella.
‐ Lì, ‐ disse il Dritto a Gesubambino. C’era una finestrella alta da terra, con un cartone al posto del vetro sinistrato.
‐ Tu monti, entri e mi apri, ‐ disse. ‐ Bada a non accendere le luci che di fuori si vede.
Gesubambino si tirò su come una scimmia per il muro liscio, sfondò il cartone senza rumore e mise la testa dentro. Fin allora non s’era accorto dell’odore: respirò e gli salì alle narici una nuvola di quel profumo caratteristico dei dolci. Più che un senso d’ingordigia provò una trepida commozione, un senso di remota tenerezza.
«Ci devono essere dei dolci, qua dentro», pensò. Erano anni che non mangiava un po’ di dolci come si deve, forse da prima della guerra. Avrebbe frugato dappertutto finché non avesse trovato i dolci; sicuro. Si calò giù, nel buio; diede un calcio a un telefono, una scopa gli s’infilò nei pantaloni, poi fu a terra. L’odore di dolci era sempre più forte ma non si capiva da che parte venisse.
«Ci devono essere molti dolci, qui» pensò Gesubambino. Allungò una mano, cercando d’ambientarsi nel buio per raggiungere la porticina e aprire al Dritto. Subito ritirò la mano, con schifo: ci doveva essere una bestia davanti a lui, una bestia marina, forse, molle e vischiosa. Rimase con la mano in aria, una mano diventata appiccicaticcia, umida, come coperta di lebbra. Tra le dita sentì che gli era spuntato un corpo tondo, un’escrescenza, forse un bubbone. Sbarrava gli occhi nel buio ma non vedeva nulla, nemmeno a mettere la mano sotto il naso. Non vedeva nulla ma odorava: allora rise. Capì che aveva toccato una torta e sulla mano aveva crema e una ciliegia candita. Cominciò a leccarsi la mano, subito, e con l’altra continuava a brancolare intorno. Toccò un qualcosa di solido ma soffice, con un velo granuloso in superficie: un crafen! Sempre brancolando, se lo ficcò in bocca intero. Diede un piccolo grido di sorpresa, scoprendo che aveva la marmellata dentro. Era un posto bellissimo: in qualsiasi direzione s’allungasse la mano, nel buio, si trovavano nuove specie di dolciumi. Si sentì bussare a una porta, poco distante, con impazienza: era il Dritto che aspettava gli si aprisse. Gesubambino si diresse verso il rumore e le sue mani urtarono prima in meringhe, poi in croccanti. Aprì. La lampadina tascabile del Dritto gli illuminò la faccia coi baffetti già bianchi di crema.
‐ C’è pieno di dolci, qui! ‐ disse Gesubambino come se l’altro non lo sapesse.
‐ Non è tempo di dolci, ‐ fece il Dritto, scansandolo, ‐ non c’è tempo da perdere ‐. E andò avanti rimestando nel buio col bastone di luce della lampadina. E in ogni punto che illuminava scopriva file di scaffali e sopra gli scaffali file di vassoi e sopra i vassoi file di paste allineate di tutte le forme e di tutti i colori e torte cariche di creme che stillavano come cera da candele accese, e batterie schierate di panettoni e muniti castelli di torroni. Allora uno sgomento terribile s’impadronì di Gesubambino: lo sgomento di non avere il tempo di saziarsi, di dover scappare prima d’aver assaggiato tutte le qualità di dolci, d’avere sottomano tutta quella cuccagna solo per pochi minuti in vita sua. E più dolci scopriva più il suo sgomento aumentava, e ogni nuovo andito, ogni nuova prospettiva del negozio che appariva illuminata dalla pila del Dritto, gli si parava dinanzi come per chiudergli ogni strada. Si buttò sugli scaffali ingozzandosi di paste, cacciandone in bocca due, tre per volta, senza nemmeno sentirne il sapore, sembrava lottasse con i dolci, minacciosi nemici, strani mostri che lo stringevano d’assedio, un assedio croccante e sciropposo in cui doveva aprirsi il varco a forza di mandibole. I panettoni mezzo tagliati aprivano fauci gialle e occhiute contro di lui, strane ciambelle sbocciavano come fiori di piante carnivore; Gesubambino ebbe per un momento la sensazione che sarebbe stato lui a esser divorato dai dolci. Il Dritto lo tirava per un braccio.
‐ La cassa, ‐ disse, ‐ dobbiamo prendere la cassa. Ma intanto, passando, si ficcò in bocca un pezzo di pandispagna multicolore, e poi la ciliegina d’una torta, e poi una “brioche”, sempre con fretta, cercando di non distrarsi dal suo compito. Aveva spento la pila.
‐ Di fuori ci vedono come vogliono, ‐ disse. Erano arrivati nel locale della pasticceria, con le bacheche di vetro e i tavolini di marmo. C’era la luce notturna della strada, perché le saracinesche erano a griglia e fuori si vedevano le case e gli alberi, con uno strano gioco d’ombre. Ora bisognava forzare la cassa.
‐ Tieni qua, ‐ disse il Dritto a Gesubambino dandogli la pila da reggere verso il basso perché non si vedesse da fuori. Ma Gesubambino con una mano teneva la pila e con l’altra annaspava intorno. Afferrò un plum­cake intero e mentre il Dritto s’affannava coi suoi ferri alla serratura, cominciò a morsicarlo come fosse pane. Se ne stufò presto e lo lasciò sul marmo mezzo mangiato.
‐ Leva di lì! Guarda che porcaio fai! ‐ gli gridò a denti stretti il Dritto, che malgrado il suo mestiere aveva uno strano amore per il lavoro ordinato. Poi non resistette alla tentazione e si mise due biscotti in bocca, di quelli mezzo savoiardi mezzo di cioccolato, sempre senza smettere di lavorare. Ma Gesubambino, per avere le mani libere, aveva costruito una specie di paralume con pezzi di torrone e tovagliette da vassoio. Aveva visto certe torte con la scritta "Buon onomastico”. Ci si aggirò intorno, studiando il piano d’attacco: prima le passò in rassegna con il dito e leccò un po’ di crema al cioccolato, poi ci affondò la faccia dentro cominciando a morderle dal centro una per una. Ma gli restava una smania che non sapeva come soddisfare, non riusciva a trovare il modo per goderle del tutto. Ora era carponi sul tavolo, con le torte sotto di sé: gli sarebbe piaciuto spogliarsi e coricarsi nudo sopra quelle torte, rivoltarcisi sopra, non doversene staccare mai. Di lì a cinque, dieci minuti, invece, tutto sarebbe finito: per tutta la vita le pasticcerie sarebbero tornate proibite per lui, come quando da bambino schiacciava il naso contro le vetrine. Almeno ci si potesse fermare tre, quattro ore...
‐ Dritto! ‐ fece. ‐ Se ce ne stiamo qui nascosti fino all’alba, chi ci vede?
‐ Non fare lo scemo, ‐ disse il Dritto che era riuscito a forzare il cassetto e stava frugando tra i biglietti.
‐ Qui bisogna portare via i piedi prima che arrivi la Celere. Proprio in quel momento si sentì picchiare alla vetrina. Nella mezzaluna si vide Uora‐uora che bussava attraverso la griglia della saracinesca e faceva gesti. I due nella bottega ebbero un balzo ma Uora‐uora faceva segno di star calmi, e a Gesubambino di venire al suo posto, che lui sarebbe venuto lì. Gli altri gli mostrarono i pugni e i denti, e fecero segno di togliersi da davanti al negozio, se non gli dava di volta il cervello. Intanto il Dritto aveva scoperto che in cassa c’erano solo poche migliaia di lire e sacramentava, e se la pigliava con Gesubambino che non lo voleva aiutare. Gesubambino sembrava fuori di sé: addentava strudel, piluccava zibibbi, leccava sciroppi, imbrattandosi e lasciando rimasugli sui vetri delle bacheche. Aveva scoperto che non aveva più voglia di dolci, anzi sentiva la nausea salirgli su per le volute dello stomaco, ma non voleva cedere, non poteva arrendersi ancora. E i crafen diventarono pezzi di spugna, le omelette rotoli di carta moschicida, le torte colarono vischio e bitume. Egli vedeva solo cadaveri di dolci, che putrefacevano stesi sui bianchi loro sudari, o che si disfacevano in torbida colla dentro il suo stomaco. Il Dritto prese a imbestialirsi contro la serratura d’un altro cassetto, dimentico ormai dei dolci e della fame. Fu allora che dal retrobottega entrò Uora‐uora bestemmiando in siciliano che nessuno lo capiva.
‐ La Celere? ‐ chiesero gli altri due, già pallidi.
‐ Il cambio! Il cambio! ‐ gemeva Uora‐uora nel suo dialetto, e s’affaticava a spiegare a furia di parole in “u” l’ingiustizia di lui digiuno nel freddo mentre loro s’ingozzavano di dolci.
‐ Va’ a fare il palo! Va’ a fare il palo! ‐ gli gridava Gesubambino con rabbia; la rabbia d’essere già sazio che lo faceva ancor più egoista e cattivo. Il Dritto capiva che dare il cambio a Uora‐uora sarebbe stato più che giusto, ma capiva anche che Gesubambino non si sarebbe lasciato convincere così facilmente, e senza palo non si poteva restare. Perciò tirò fuori la rivoltella e la puntò su Uora‐uora.
‐ Subito al tuo posto, Uora‐uora, ‐ disse. Disperato, Uora‐uora pensò di far la sua provvista prima d’andarsene, e si radunò un mucchietto d’amaretti coi pinoli nelle grandi mani.
‐ E se ti pescano coi dolci in mano, scemo, cosa gli racconti, ‐ inveì ancora il Dritto.
‐ Lascia lì tutto e fila. Uora‐uora piangeva. Gesubambino sentì d’odiarlo. Sollevò una torta col «buon compleanno» e gliela tirò in faccia. Uora‐uora avrebbe potuto benissimo schivarla, invece sporse la faccia in avanti per pigliarla in pieno, poi rise, con la faccia, il cappello, la cravatta impiastricciati di torta, e scappò via dandosi linguate fin sul naso e sugli zigomi. Alla fine il Dritto era riuscito a forzare il cassetto buono e stava intascando banconote, imprecando perché gli si appiccicavano alle dita sporche di marmellata.
‐ Dài, Gesubambino, è ora d’andarcene, ‐ disse. Ma per Gesubambino tutto non poteva finire così: quella doveva essere una mangiata da raccontare per anni ai compagni e a Mary la Toscana. Mary la Toscana era l’amante di Gesubambino: aveva delle gambe lunghe e lisce e un corpo e un viso quasi equini. Gesubambino le piaceva perché si raggomitolava e s’arrampicava sul suo corpo come un grosso gatto. La seconda entrata di Uora‐uora interruppe il corso di questi pensieri. Il Dritto tirò fuori la rivoltella, subito, ma Uora‐uora disse: ‐ La Celere! ‐ e scappò di corsa, svolazzando con le falde dell’impermeabile in mano. Il Dritto, raccolti gli ultimi biglietti, fu in due salti alla porta; e Gesubambino dietro. Gesubambino stava pensando a Mary: solo allora s’era ricordato che poteva portarle delle paste, che non le faceva mai regali, che forse lei ci avrebbe fatto su una scena. Tornò indietro, arraffò dei cannoli, se lì ficcò sotto la camicia, poi rapidamente pensò che aveva scelto le paste più fragili, ne cercò delle più solide e se ne infarcì il seno. In quella vide le ombre dei poliziotti sulla vetrina che s’agitavano e indicavano qualcuno in fondo alla via; e uno puntò un’arma in quella direzione e sparò. Gesubambino s’acquattò dietro a un banco. Non dovevano aver colpito il bersaglio: ora facevano gesti di dispetto e guardavano dentro. Poco dopo sentì che avevano scoperto la porticina aperta, e che entravano. La bottega fu piena di poliziotti armati. Gesubambino stava aggomitolato, ma intanto, scoperta della frutta candita a portata delle sue braccia, per tenersi calmo s’ingozzava di cedri e bergamotti. Quelli della Celere constatavano il furto e le tracce della mangiata sugli scaffali. E così, distrattamente, cominciarono a portarsi alla bocca qualche pasticcino rimasto sbandato, badando bene a non confondere le tracce. Dopo qualche minuto, infervorati alla ricerca dei corpi del reato, erano tutti lì che mangiavano a quattro palmenti. Gesubambino masticava, ma gli altri masticavano più forte di lui e coprivano il rumore. E sentiva un denso liquefarsi tra pelle e camicia, e la nausea salirgli per lo stomaco. S’era tanto stordito a furia di canditi che tardò un po’ ad accorgersi che la via della porta era libera. Quelli della Celere dissero poi d’aver visto una scimmia col muso impiastricciato, che traversava a salti la bottega, rovesciando vassoi e torte. E prima che si fossero riavuti dallo stupore e spiccicate le torte di sotto i piedi lui s’era già messo in salvo. Da Mary la Toscana quando aprì la camicia si trovò col petto ricoperto da uno strano impasto. E rimasero fino al mattino, lui e lei, sdraiati sul letto a leccarsi e piluccarsi fino all’ultima briciola e all’ultimo rimasuglio di crema.

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